venerdì 26 febbraio 2016

La mia esperienza da Flash-professoressa



Dunque, da dove comincio? Dal fatto che sono una donna insicura, una che soffre di emozioni - positive e negative - nello stomaco? Questi 12 giorni di supplenza sono trascorsi, terminati ieri. Olè! sì, olè perché come prima esperienza è stato bello e buono così. Non chiedevo di più per questa volta; è stato un bene essersi imbattuti in classi "difficili", così la prossima volta so a cosa posso andare incontro (ma poi, esistono ancora le classi non difficili?). 


Il primo giorno, dopo aver firmato l'accettazione della convocazione e essere arrivata nella scuola in questione, mi sentivo un pesce fuor d'acqua.
Il secondo giorno non vedevo l'ora che arrivasse la fine, causa rissa seria scoppiata in classe tra un ragazzo della mia classe e uno esterno.Con le colleghe abbiamo cominciato a scambiarci qualche parola.
Il terzo giorno ho pensato che forse avevo le carte in regola per stare lì.
Il quarto quinto sesto settimo ottavo ho alternato momenti di sconfidenza a momenti di "tutto sommato sta andando bene".
Il nono giorno ho fatto caso al fatto che i miei studenti mi riconoscevano e mi salutavano con affettato e con il sorriso nei corridoi.
Il decimo giorno ero gasata: lezione (per una prima e una terza) preparate, materiale Ok, era tutto sotto controllo. Invece è stato l'ultimo giorno di lavoro più difficile, perché i ragazzi sono spiazzanti, anche nel male, e quella che a me era sembrata la soluzione/idea geniale, quella che li avrebbe affascinati, da loro è stata accolta con sufficienza, dopo una prima reazione esultante.
Quelle ore sembravano non finire mai. Sono comunque sicura di aver dato, come prima volta, il massimo che potevo dare.

"Streghe" si diventa, non si nasce, come mi hanno detto le mie colleghe "Devi tirar fuori la voce e i denti"; e io sì, li ho tirati fuori, ma non bastava. Non bastava perché ai loro occhi si presentava una donnina alta poco meno di 160 cm, con il viso - ma solo il viso, ve l'assicuro - abbastanza dolce e sorridente, che spariva tra di loro, tutti molto più grandi di me (un giorno è entrata la preside a sorpresa: non riusciva a scorgermi nella classe. Ho dovuto sventolare in alto il mio braccio :-P ); una supplente, per giunta una supplente di arte, materia che alle medie interessa solo a chi è appassionato di disegno.
Ripeto, sono contenta di aver detto sì quel giorno, ma anche di aver concluso questi 10 giorni. 
Nel frattempo è arrivata una commessa per un libro, per cui ci sarà da fare fino a aprile: tornerò a lavorare dalla mia scrivania, a aver nostalgia dei colleghi reali per un po', a godere - comunque - di quello che faccio.

martedì 16 febbraio 2016

Il supplizio di essere supplente.

Sì, perché nell'attesa di una risposta da quel famoso colloquio, siamo passati a "mo' quasi quasi mi faccio dieci giorni da supplente".

Siamo state chiuse in casa per l'ennesima malattia, a pensare a cosa rispondere a quel lavoro - ma in realtà son loro che devono dare una risposta a me. Nel frattempo, in questi 10 giorni di clausura, è nato un benzinaio vicino casa, quasi dal nulla, il clima è cambiato - fa' molto caldo -, è passato carnevale, siamo in Quaresima. E io son stata nominata supplente di Arte e immagine in una scuola media della mia città.
Quando le cose devono andare così...ci vanno. Anche se tu hai timore, anche se non trovi parcheggio e arrivi tardi alla convocazione.
Sono supplente, dopo 13 anni di inclusione in III fascia sono supplente; ora sto cercando di capire se puntare a diventare professoressa (lunga carriera, lo so), o godermi questa esperienza e stop, continuare con l'altro mio precariato, 'chè sempre di precariato si tratta.
Ho dovuto ricominciare a studiare, perché dopo i famosi 13 anni di silenzio assoluto mica ti aspetti che da un giorno all'altro questi ti chiamino, così mica studi. Dovresti farlo sempre, per passione, ma nel frattempo hai fatto altro, ti sono sì passati tra le mani libri e artisti, ma da qui a mettere insieme una lezione decente ce ne passa! Tanto, una lezione decente è comunque difficile da fare: vuoi la non conoscenza del loro programma (che secondo voi un docente si preoccupa di aggiornare un supplente), vuoi che i <> non sono quelli di una volta, qua se si riesce a fare laboratorio e a interrogare l'unica volontaria sulla faccia della terra è già tanto. 
Comunque sto studiando, ogni giorno, così come ogni giorno torno a casa con un gran mal di testa. Questi <> sono vivaci, a volte maleducati, simpatici spesso e tanto alti! molto più alti di me, che mi confondo tra la folla, in classe.
Non provarci era sbagliato, penso. Ci sto provando. 
Più avanti saprò argomentare meglio, spero. Intanto qui mi trattano da tappabuchi, alcuni nemmeno si chiedono chi sia quella nuova donnina in sala professori, senza registro.
Ok, vado, mi aspettano altre 5 ore.
Buon lavoro e buona scuola!


venerdì 5 febbraio 2016

Un vestito al giorno. Storia di un pre-colloquio

E' la storia, anzi il racconto di un colloquio.
Qualche anno fa sarebbe andata così: "Ho un colloquio di lavoro! Cavolo! Cosa mi metto? Cerco nell'armadio qualcosa di carino e lo indosso". Panico, prove abito, mal di pancia, chiacchiera informale e vai.

Devo dire che di situazioni di questo tipo ne ho vissute poche, non perché non abbia mai lavorato, bensì perché mi son sempre capitate occasioni a catena, passaparola, colloqui informali durante un lavoro. Il mondo artistico a volte è artistico anche in questo. Molto spesso è bastata una telefonata che diceva "sei libera da domani? mi serve una mano in teatro". "Cerco un'assistente sul set, subito" e robe simili. Non mi posso lamentare, dal post laurea in scenografia a oggi ho sempre lavorato, a volte con intervalli di un paio o poco più di mesi, ma ho sempre lavorato, e nel mio settore.

Ma non tergiversiamo, si parlava di preparazione a un colloquio.
Questa volta è andata così: "Ho un colloquio di lavoro! Cavolo! Cosa mi metto????", ma con una consapevolezza diversa.
Dopo tante letture sul web, dopo la chiacchiera tempo fa con Anna Turcato, sento che è arrivato il momento di cambiare. 
Tu sei quello che indossi; l'abito non fa il monaco, ma è la prima impressione che dai di te. Da lui dipenderà la prima percezione che gli altri avranno, da lui, dai colori e dal sorriso che indosserai.
Così ho pensato "cosa mi fa sentir bene? cosa mi rappresenta? cosa mi fa sentire me stessa, presentabile per questo tipo di occasione, ma anche all'altezza della situazione?"
Bene, ho aperto l'armadio e ho pescato i miei pantaloni classici, una deliziosa camicetta bianca, un cardigan, le sneakers (perché dovevo percorrere molta sarda a piedi). Ancora, un trucco delicato, un filo di rossetto per dare un tocco di colore, capelli raccolti per benino, ma che esaltassero il taglio originale, una borsa nera - classica - ma anche una shopper illustrata per l'I-pad. Niente mal di stomaco.
Mi sono vestita di relativa serenità, tranquillità e sicurezza (tutto debitamente proporzionato al mio "essere Gabriella") e via.
Mi sentivo bene in quei panni.

Come è andato il colloquio? Per ora non è dato saperlo (a lui sarà dedicato un post adeguato, perché qui non si tratta solo di sì o no, ma di sensi di colpa, altri tipi di inadeguatezze e ansie).

...to be continued...

Domande che richiedono preparazione

Dopo " da dove escono i bambini " siamo passati a " perché siamo fatti così? " (non è che esiste una puntata di Sia...